
L'Istituto Provolo a Chievo
Verona. Dall'ultimo episodio di abuso sessuale
su un ragazzino sordo sono passati 25 anni. La vittima
più giovane ora ha 41 anni ed è solo una delle 60
persone che hanno filmato e registrato le testimonianze
di quel che subirono all'interno dell'istituto religioso
di cui erano ospiti: l'Antonio Provolo del Chievo.
Testimonianze agghiaccianti, racconti di violenze
sessuali ma anche sodomia, sevizie e botte che
rappresentavano la quotidianità per decine di bimbi
sordi, figli di famiglie non abbienti affidate a
quell'istituto gestito da religiosi che fino agli anni
Ottanta era stato un modello internazionale.
Venticinque i sacerdoti, alcuni ormai anziani ma ancora
in servizio nell'istituto, indicati con nomi e cognomi
quali autori delle brutalità. Ma oltre a loro, coinvolti
negli abusi ci sarebbero anche alcuni fratelli laici
presenti nella struttura. Tutto scritto e registrato e
inviato a [FIRMA]L'Espresso che ieri ha anticipato parte
del servizio che sarà pubblicato sul numero in edicola
oggi.
E sempre oggi, a Roma, chi ha raccontato di violenze e
sevizie sarà presente alla conferenza stampa organizzata
alla Camera dei deputati dall'onorevole Russo del
Partito Democratico. Loro, gli ex allievi dell'istituto
Provolo, non mancheranno. Ormai il muro del silenzio è
stato abbattuto, dopo che quel che avveniva era stato
comunicato sia all'Ens che alla Curia che a monsignor
Giampietro Mazzoni, il magistrato del tribunale
ecclesiastico della diocesi di Verona. Comunicazioni che
non ebbero seguito nè reazioni.
Quando poi due anni fa, in via Rosmini, venne istituita
la casa famiglia (gestita dagli stessi religiosi)
destinata ad accogliere bambini sordi con disagi
familiari, negli ex alunni del Provolo scattò la
ribellione. Fu il timore che qualcun altro bimbo potesse
subire quel che loro avevano subìto a squarciare il velo
del silenzio, e se è pur vero che ora la struttura è
interamente gestita da laici al vertice ci sono sempre i
religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria
che dipende direttamente dal Vaticano. Partì da qui la
decisione drammatica di raccontare, di rivelare quanto
segretamente custodito nell'animo e nella mente per
anni, almeno trenta. Perché all'interno delle stanze di
un collegio a metà strada tra un seminario e un istituto
di detenzione, gli abusi sessuali sui piccoli ospiti
avrebbero rappresentato la regola. Non scritta ma
rimasta drammaticamente tale per decenni. E se fino a
qualche anno fa hanno taciuto, cercando di ricostruire
interiormente quelle lacerazioni senza coinvolgere i
loro cari in un dramma mai cancellato, ora, dopo lo
scandalo che in America ha costretto il Vaticano a
prendere posizione contro la pedofilia all'interno delle
istituzioni religiose, hanno parlato per «evitare che le
stesse cose si possano ripetere». Questa la ragione di
una confessione collettiva che parla di vicende vissute
e non comunicate agli altri, patite senza che nessuno
parlasse per vergogna e timore di quel che avveniva
nella stanza adibita a confessionale della chiesa di
Santa Maria del Pianto piuttosto che nelle camere dei
sacerdoti. Anni di incubi, storie diverse ma quando
riacquistarono il coraggio di parlare la scoperta fu
drammatica: quello era stato un incubo condiviso.
Troppi anni senza una denuncia, senza uno scritto
inviato all'unico organo, a questo punto, in grado di
intervenire: la magistratura. E il «ciclone Provolo» non
porterà con sé indagini e avvisi di garanzia per fatti
così datati. Amareggiato, il procuratore Mario Giulio
Schinaia che nulla sapeva degli orrori avvenuti
all'interno dell'istituto di Verona e del Chievo ha
sottolineato che una segnalazione avrebbe dovuto essere
fatta per ottenere giustizia. Loro, gli ex alunni, non
sono interessati a condanne o risarcimenti, nulla potrà
riparare il danno patito a livello psicologico ma,
sostengono, una decina di religiosi sono ancora in
servizio. Loro i nomi di quei preti li hanno fatti. E
non vogliono che altri vivano il loro dramma. Un incubo.
«MAI SAPUTO». I responsabili della Compagnia di maria
per l'educazione dei sordomuti chiedono che venga fatta
«chiarezza» e che emerga «la verità» sui fatti di
violenza denunciati da ex allievi.
Il superiore, don Danilo Corradi, dice di aver appreso
«con costernazione le dichiarazioni» degli ex allievi.
Corradi invita «chi fosse al corrente di fatti reali e
circostanziati ad informare chi di dovere».
Fabiana Marcolini