Quattro chiacchiere con Andrea Chiarotti, asso e capitano della Nazionale di Ice Sledge Hockey che ha conquistato per la prima volta sul campo il pass paralimpico per Vancouver. Il passato da campione di hockey sul ghiaccio e poi da allenatore, l’incidente, il presente che promette grandi soddisfazioni sportive. E quel ricordo incancellabile del 2006: quando Olimpiadi e Paralimpiadi si svolsero a Torino, a due passi da casa
ROMA - A pochissimi mesi dalla spedizione canadese per partecipare ai Giochi Invernali di Vancouver, avevamo la curiosità di conoscere meglio Andrea Chiarotti, precursore dello hockey su slitta sul ghiaccio, in Italia, capitano della Nazionale e anima dei Tori Seduti piemontesi, la squadra con cui milita nel Campionato Italiano.
Nato nel dicembre del 1966, diplomato Agrotecnico senza troppo entusiasmo, "solo perché era l'unica scuola vicino casa", dice, padre di due figli (anche se uno deve ancora nascere, Lorenzo, a gennaio), e tesserato con la società Alioth di Torino, Andrea vive dove è nato, a Torre Pellice (TO), senza aver mai sentito il richiamo della grande città, il capoluogo sabaudo: "Tanto a Torino ci arrivo in 15 minuti di autostrada, quella costruita in occasione delle Olimpiadi, e che arriva dritto a Pinerolo, sulle montagne. Poi qui ho tutta la serenità di cui ho bisogno, non cerco altro". Una serenità che per un certo periodo ha sicuramente perso, Andrea, ritrovatosi poco più che adolescente privo di un arto per essere caduto dalla moto.
Quell'incidente maledetto gli ha tolto la gamba destra e dato in cambio una protesi, ma per il resto nulla è cambiato nella vita di Andrea: anche lo sport, che già frequentava con passione da sempre, è diventato di grandi prestazioni e altissimo livello. Tanto alto che fra solo tre mesi porterà alti i colori azzurri in Canada, ai Giochi Invernali di Vancouver, con la squadra Nazionale di Ice Sledge Hockey.
Come si arriva alle
qualificazioni paralimpiche in uno
sport come l'ice sledge hockey, che
in Italia, diciamo la verità, non ha
una lunghissima tradizione?
E' stata un'avventura straordinaria,
finora. Solo nel 2005 eravamo
esordienti agli Europei: da quella
trasferta tornammo con 0 goal fatti
e 56 subiti.
Poi è stata la volta di
Torino 2006: una vetrina
promozionale immensa e una
responsabilità a far bene
decuplicata...
A Torino siamo entrati come
Nazione competitiva per diritto, per
così dire, come Nazione ospitante.
Lì il battesimo paralimpico è stato
un po' più fortunato: abbiamo sempre
perso ma almeno segnato 3 goal, tra
Giappone e Gran Bretagna. Ma non
dimenticherò mai l'atmosfera che
abbiamo vissuto: magica, alle
partite era tutto esaurito, poi
100.000 persone in piazza per la
Cerimonia di Chiusura. Emozioni
fortissime
Da lì in poi, la
consacrazione, fino agli ultimi
Mondiali di Ostrava, quelli
qualificatori per Vancouver 2010
Dal suo inizio, l'ice sledge hockey
azzurro ha fatto una scalata
incredibile. Questa per le
Paralimpiadi è una qualificazione
conquistata sul campo, siamo davvero
fieri di questo. Per di più, con
molti mesi di anticipo sulla ultima
occasione utile, che è in corso
proprio in queste ore. E' successo
che ad Ostrava abbiamo battuto per
la seconda volta la Germania, ai
rigori. La prima era stata ai
Mondiali di Boston 2008, per 4 a 3:
un risultato storico. Parliamo della
stessa squadra che a Torino era
arrivata 4^.
Torniamo a te: come è
avvenuto l'incidente?
Era il 1990, avevo 23 anni
e tornavo di sera dal Supermercato
dove lavoravo. Ho fatto un incidente
in moto uscendo da una curva,
praticamente ho fatto tutto da solo.
E ho subito l'amputazione della
gamba destra.
Come ti sei ripreso e
cosa diresti a chi si trova nelle
tue condizioni?
Sono stato fortunato ad essere
circondato di amici. Soprattutto, è
successo qualcosa di strano: io che
facevo sport da sempre e a buoni
livelli, mai avrei pensato ad una
seconda vita da sportivo. Il
messaggio è quello di non mollare e
di avvicinarsi allo sport, che è una
terapia di riabilitazione sia fisica
che psichica eccezionale.
Come è arrivato sul tuo
cammino questo sport così
particolare?
Ero giocatore di hockey sul ghiaccio
da sempre, prima dell'incidente. Ho
militato a discreti livelli, anche
in serie B, seconda Divisione
italiana. Poi diciamo che a Torino
questo è un genere di sport
piuttosto diffuso e praticato.
Anche a Torre Pellice,
dove sei nato, e dove vivono 5.000
anime?
In particolare qui: a Torre c'è
addirittura una squadra di hockey
sul ghiaccio che gioca in serie A.
Ti lascio immaginare. Poi con i
fondi paralimpici per Torino 2006 si
sono potenziate le strutture e
l'impiantistica del ghiaccio. Anche
a Torre Pellice è stato costruito
uno stadio del ghiaccio, dove prima
ce ne era uno senza ghiaccio per il
pattinaggio a rotelle. Il nuovo
impianto costruito doveva servirci
per gli allenamenti pre-Paralimpiadi
In particolare, risulta
alle cronache che il tuo inizio con
l'hockey su slitta sia stato da
allenatore
Esatto, quando nel 2003 mi sono
messo a cercare giocatori in tutta
Italia, per formare la squadra che
sarebbe andata a Torino, su
richiesta della FISD (Federazione
Italiana Sport Disabili, ora CIP).
Solo che poi ho provato a sedermi io
stesso, e da lì non mi sono più
voluto alzare. Ci trovo troppo
gusto, a giocare.
Tanto che, Nazionale e
impegni di vertice a parte, sei uno
dei Tori Seduti piemontesi, una
delle tre squadre, insieme alle
Aquile del Sudtirolo ed all'Armata
Brancaleone, che danno vita ogni
anno al Campionato Italiano. Ma per
la famiglia, il tempo?
Sono convivente con la mia compagna,
Erica. Adesso per esempio sto
aspettando che mio figlio Thomas
esca da scuola, per riportarlo a
casa. Poi c'è un secondo bimbo in
arrivo a gennaio, Lorenzo.
Eredi non mancano. E dopo
le gare? Cosa farai?
Mi sa che torno ad allenare, è
grande l'esperienza che ho alle
spalle in questo ambito. A partire
dai tantissimi ragazzini di Torre
Pellice, che sono passati dalle mie
lezioni. Credo che il futuro sarà
ancora sul ghiaccio, nei miei amati
Palazzetti. (A cura del Cip)
(15 novembre 2009)
Fonte: www.superabile.it

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