
I
ricercatori della Cornell University (USA) hanno
sviluppato un particolare algoritmo di
compressione video che aiuterebbe gli utenti
sordi a sostenere normali conversazioni al di là
dei semplici SMS.
In uno scenario come quello attuale, dominato da
tecnologie di comunicazione come i dispositivi
mobili, persone affette da sordità o da seri
problemi all'udito potrebbero trovarsi in
condizioni svantaggiate. Fino a questo momento
il loro utilizzo preponderante dei telefoni
cellulari si è limitato a conversazioni
effettuate tramite semplici messaggi di testo.
Ma i ricercatori della Cornell University, in
collaborazione con quelli della University of
Washington, sembrano poter restituire a queste
stesse persone il piacere di una vera
conversazione.
I ricercatori statunitensi
hanno cioè sviluppato alcuni prototipi di un
particolare dispositivo cellulare che
permetterebbe una naturale comunicazione tra
utenti, condotta attraverso la lingua
dei segni. Si tratta nello specifico
del progetto Mobile ASL (American Sign Language),
iniziato circa quattro anni fa e concretizzatosi
nel 2008 con i primi esemplari testati su 25
persone sorde nell'area della città di Seattle.
Alla Cornell University è stato sviluppato un
particolare software di compressione video,
capace di inviare filmati con un ritmo di circa
10 frame al secondo. Il team ha lavorato sulla
base di uno standard wireless 2G che permette la
trasmissione di un video alla velocità di 15-20
kbits/s. Uno sviluppo incentrato unicamente
sulle pratiche di conversazione tra persone
affette da sordità, in modo da permettere al
dispositivo di inviare filmati poco pesanti e
perfettamente visibili. "Le espressioni del viso
sono molto importanti nella lingua dei segni -
ha spiegato Frank Ciaramello, laureato che si
occupa del progetto - dal momento che aggiunge
una quantità notevole di informazioni a chi
guarda". Ciaramello ha puntualizzato che le
persone con gravi problemi d'udito utilizzano
spesso una sola mano per comunicare, riuscendo
comunque ad adattarsi a seconda delle necessità.
"Non vogliamo che le persone utilizzino le
tecnologie e poi finiscano per essere frustrate
- ha spiegato Sheila Hemami, professore a capo
del progetto - vogliamo che possano chiamare la
propria madre e sostenere una conversazione
normale, piacevole".
FONTE:
www.disabili.com