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La memoria non basta ad impedire che la storia si
ripeta
E’ vero la storia si ripete sempre, inesorabile come
il destino di ognuno. Si ripete coi suoi fasti ed i
suoi lutti. Si ripete con gli errori, le tragedie,
gli eroismi, i tradimenti, con la sua epica e la sua
retorica. Si ripete con la sua viltà, le sue follie,
i suoi orrori. Si ripete sempre, con o senza
preavvisi.
Quella dell’umanità non è una storia sempre lineare
in cui hanno sempre prevalso i buoni principi. Non
sempre i libri di scuola, i buoni maestri, il popolo
eletto, i media, gli intellettuali e le istituzioni
vanno oltre ciò che sembra ovvio per indicare ciò
che è corretto, ovvero per stigmatizzare la
brutalità, per respingere la violenza e per irridere
la stupidità. Passioni, ideologie, odio, pregiudizi
e rancori spesso prevalgono.
Trionfa, nei discorsi, l’ipocrisia dei buoni
propositi, mentre nell’intimo prevale la furbizia,
la convenienza, l’opportunità. Conta più l’apparenza
del bel gesto che il dovere morale di difendere i
principi di civiltà e di umanità. La memoria, almeno
per un giorno nell’anno, ritorna. E per un giorno
nell’anno si ripercorrono gli stessi passi sulle
tracce di ciò che è stato. E tutti a domandarsi il
perché. E tutti a chiedersi dov’era l’uomo in quella
miseria. Domande che resteranno sempre senza
risposta!
Il giorno in Italia è il 27 gennaio. E’
l’anniversario dell’avanzata russa in Polonia nel
‘45 e dell’abbattimento dei cancelli del Campo di
deportazione di Auschwitz, rimasto nell’immaginario
di tanti il simbolo tragico di una follia, con la
sua scritta all’ingresso intrisa di insostenibile
scherno “ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende
liberi). La memoria di una assurda ed immane
tragedia dove nelle camere a gas i nazisti avevano
sterminato decine di migliaia di ebrei deportati,
poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con
la Legge 211 del 20 luglio 2000,
anche il popolo italiano ricorda, per un giorno ogni
anno
la Shoah, le leggi razziali, il
martirio, le deportazioni, le ansie, la morte.
Ricorda la viltà degli uomini!
“Era sempre inverno in quegli anni, anche in
primavera e in autunno e in estate”.
E’ questa la sensazione rimasta: il freddo e la
neve, l’inverno che si intersecava con il gelo delle
coscienze.
Ciò che infastidisce, però, in giorni come questo, è
il replicare dei soliti cerimoniali, è il sentirsi
ripetere le stesse cose. Provocano disagio gli
stereotipi, le frasi di circostanze, i discorsi
scopiazzati dall’anno precedente, gli impegni
morali, le mobilitazioni di associazioni, la
reiterata produzione cinematografica, i documentari,
persino le poesie di Primo Levi. Si vorrebbe forse
qualcosa di diverso e, per quanto sia possibile, più
fatti che parole, più realismo che poesia, più
convincimento che circostanza.
Attenzione perché la storia si ripete! E’ sempre
così!
Irrita ad esempio l’ipocrisia di quella politica che
fa distinzione tra la Shoah e lo Stato di Israele. E’ vero,
non sono la stessa cosa, ma fanno parte della stessa
storia. Soffrono la stessa minaccia. L’odio contro
Israele, e la negazione del suo diritto di esistere,
fanno parte della stessa pianta dell’odio. La
minaccia di oggi allo Stato israeliano è cosa
diversa dall’Olocausto, ha un’origine diversa dalla
folle aggressione nazista. E’ verissimo! Ma non si
può far finta di ignorare che ci sia un sentimento
antisemita ed antisionista che anima ancora molte
coscienze. Non si può non rilevare che sia sempre
vivo e minaccioso un fanatismo islamico che mira
all’annientamento di Israele e del suo popolo.
La memoria di una storia che si ripete e che ci
trova immobili e passivi può, anch’essa, diventare
un crimine culturale contro l’umanità.
Vito Schepisi
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Di
Emanuel
Baroz
Nel 1943 i nazisti prelevarono la sua famiglia.
Furono uccisi tutti
Neppure una via per l’ uomo che perse 10
figli a Auschwitz
Settimio Calò fu l’ unico a salvarsi. Ora Roma lo
ricordi
di Gian Antonio Stella
C’ è un buco, nello stradario di Roma. Tra piazza
Elio Callistio e via Calopezzati, seguendo l’ ordine
alfabetico, manca uno slargo, una piazzetta, un
vicolo che porti il nome di Settimio Calò. Vi
chiederete: Calò! Chi era costui? Era un piccolo
uomo qualunque che non desiderava altro che vivere
una vita qualunque. Aveva una moglie e dieci figli.
Passarono tutti per il camino di Auschwitz. Tutti.
A lui
andò peggio, diceva. Molto peggio: era
sopravvissuto.
La mattina del
16 ottobre 1943, il
«sabato nero» degli ebrei
italiani, Settimio aveva 45 anni, una
piccola attività, una casa al numero 49 del Portico
d’ Ottavia, nel cuore del ghetto ebraico di Roma,
tra l’ Altare della Patria e l’ Isola Tiberina.
Fumatore accanito messo in crisi dalla guerra e
dalle difficoltà dei rifornimenti, aveva avuto una
dritta: una certa tabaccheria a Monte Savello,
quella mattina, sarebbe stata rifornita di un po’ di
stecche. Deciso a conquistare qualche pacchetto di
«bionde», uscì di casa all’ alba per mettersi in
coda. Nei letti, addormentati, lasciò la moglie
Clelia Frascati, che aveva sposato giovanissimo, e
dieci figli. La più grande, ricorda Il libro della
memoria – Gli ebrei deportati dall’ Italia di
Liliana Picciotto – , si chiamava Bellina e aveva 22
anni. La seconda, Ester, ne aveva 20. La terza,
Rosa, 18. E giù giù c’ erano Ines di 16 anni, David
di 13, Elena di 11, Angelo di 8 e infine i più
piccolini: Nella aveva sei anni, Raimondo quattro,
Samuele solo 6 mesi da compiere. Quella notte aveva
dormito lì anche un nipotino, Settimio Caviglia, di
dodici anni, figlio di una sorella.
Avrebbe scritto Silvio Bertoldi nel libro I tedeschi
in Italia che Settimio «stava ancora in fila a Monte
Savello quando i tedeschi salirono le scale del
numero 49 di Portico d’ Ottavia, entrarono,
portarono via tutta quella gente, sua moglie, i suoi
figli, il nipote.
Quando
Calò fece ritorno, non c’ erano che le stanze vuote».
«Me parevo ‘ mpazzito, me parevo» avrebbe raccontato
anni dopo l’ uomo allo storico veronese, in un’
osteria del ghetto dove cercava di annegare nel vino
certi ricordi che gli davano ancora fitte
insopportabili, «Non c’ era più nessuno, mi dissero
che l’ avevano portati via. Mi misi a correre, non
sapevo dove andavo. «Mi ritrovai alla Lungara,
stavano tutti là quelli che avevano preso. Mi buttai
avanti per andare a consegnarmi pure io. Mi ferma
una sentinella italiana, mi prende per un braccio e
dice: “Vattene, a matto! Che non lo sai che ti
pigliano anche te, se ti vedono?”. Io non capisco
niente, me butto a spigne, quello me ributta. Mi
siedo un poco più in là e piango».
Fulvia Ripa di Meana, quel
giorno, vide dei
camion tedeschi carichi di
bambini fermi in via Fontanella Borghese.
Tre anni dopo ne avrebbe scritto in Roma clandestina
con parole da fermare il respiro: «Ho letto nei loro
occhi dilatati dal terrore, nei loro visetti pallidi
di pena, nelle loro manine che si aggrappavano
spasmodiche alla fiancata del camion, la paura folle
che li invadeva, il terrore di quello che avevano
visto e udito, l’ ansia atroce dei loro cuoricini
per quello che ancora li attendeva. Non piangevano
neanche più quei bambini, lo spavento li aveva resi
muti e aveva bruciato nei loro occhi le lacrime
infantili. Solo in fondo al camion, buttati su un’
asse di legno, alcuni neonati, affamati e
intirizziti gemevano pietosamente».
La mattina del 19 ottobre, accorsa alla
stazione Tiburtina, a rischio della vita, Liliana
Calò (in
realtà sembra si chiamasse Letizia),
la sorella di Settimio, riuscì a vedere il
figlioletto ammucchiato in una calca da spavento su
un treno in partenza per la Polonia. Rileggiamo il
racconto dello zio: «Il bambino si affacciò al
finestrino del treno, scorse sua madre e gridò
freddo: “A signo’ , e vada a casa, no? Vada a casa,
che ci ha l’ altri bambini da cresce”. Era la sua
mamma, capisce, e lui je disse così, e lei se lo
ricorda sempre adesso, da quel finestrino del treno,
co’ quelle parole, co’ quelle parole… E io, nemmeno
quelle, io».
Come possa essere stato quel viaggio lo prendiamo
dal ricordo di Raimondo Di Neris: «Il viaggio durò
sei giorni: sul mio vagone morirono alcune persone,
viaggiammo insieme a quei cadaveri fino alla fine».
«Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati;
noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre
donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo
marciato cento volte avanti e indietro alla fatica
muta, spenti nell’ anima prima che dalla morte
anonima. Noi non ritorneremo» scrive Primo Levi in
Se questo è un uomo.
La moglie
di Settimio, Clelia, e i figli Bellina, Ester, Rosa,
Ines, David, Elena, Angelo, Nella, Raimondo e
Samuele furono uccisi,
spiegano Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne Il
futuro spezzato: i nazisti contro i bambini,
lo stesso
giorno del loro arrivo ad Auschwitz, il 23 ottobre.
Tutti.
Certo, Settimio Calò non fu il solo a essere
schiacciato dal tallone di quella storia infame. Nel
solo ghetto di Roma, per dire, furono portati via
tutti e sei i figli di Leone e Virginia Bondì: Anna
aveva 14 anni, Benedetto 12, Fiorella 11, Umberto 9,
Giuseppe 6, Elena due e mezzo. Tutti decimati. E
certo non ha senso fare una graduatoria di chi ha
avuto il maggior numero di morti dentro una strage
che ha visto annientare la comunità ebraica romana.
In questi tempi di oblio, in cui i ragazzi vedono l’
Olocausto come una cosa lontana quanto la calata di
Annibale e in cui i siti Internet traboccano come
mai prima di nuova immondizia negazionista e
antisemita, sarebbe però importante che Roma, la Roma che ancora oggi si
interroga tormentata sulle
virtù e
i silenzi di Pio XII
e sulle responsabilità dei fascisti e degli italiani
nella retata e negli anni di odio e disprezzo che
prepararono il terreno, lanciasse un segnale.
Dedicando nel 2010, in occasione della Giornata
della Memoria, una via, una piazzetta, un vicolo a
quel Settimio Calò che morì quarant’ anni fa,
piegato
dal dolore, dopo essere
sopravvissuto alla cancellazione di tutto il suo
mondo. Un piccolo grande gesto per ricordare,
ricordare, ricordare.
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