Orfano e sedotto da un prete «Ma diedero la
colpa a me»
ABUSI SUI MINORI. Nuove testimonianze dopo i
fatti raccontati in tivù da tre veronesi ex
allievi del Provolo
Vitaliano:
«Quando la vicenda venne alla luce io fui
cacciato dall'istituto e il responsabile fu
trasferito in un altro collegio»
Le
sconvolgenti testimonianze dei tre veronesi che
hanno raccontato gli abusi sessuali di cui
sarebbero stati vittime da bambini nell'istituto
per sordomuti Don Antonio Provolo sono stati
rilanciati perfino dal sito web dell'inglese Bbc
all'interno di un servizio sullo scandalo dei
preti pedofili. I loro racconti erano andati in
onda venerdì nella trasmissione televisiva «Mi
manda Raitre». Intanto, il portavoce del
Vaticano, padre Federico Lombardi, ha fatto
sapere che il modo in cui la Chiesa affronta la
questione degli abusi sessuali sui minori «è
cruciale per la sua credibilità morale» e
ammettere i fatti e chiedere il perdono delle
vittime «è il prezzo del ristabilimento della
giustizia».
I fatti narrati dagli ex allievi del Provolo
hanno tuttavia aperto una strada. E dopo tanti
anni qualcuno sta trovando il coraggio di
narrare vicende analoghe vissute di persona.
Vitaliano Gazzabin, 65 anni, si è rivolto
direttamente al nostro giornale. La sua sembra
una storia di «mala educacion» uscita dalla
sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio
in pensione e con un passato di impegno sociale
in una comunità per tossicodipendenti, l'uomo,
che risiede a Verona da circa quarant'anni narra
un'infanzia vissuta tra orfanatrofi e istituti
religiosi. «Da bambino venni abbandonato due
volte: prima dai miei genitori naturali e poi
dai responsabili del collegio che riversarono su
di me la colpa per le attenzioni pedofile di un
sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi
confronti», sottolinea, «non coltivo rancore
perché la vera violenza l'ho subita dai
superiori». Vitaliano trattiene l'emozione a
fatica. «Mi sentii un reietto... mi sembra
ancora di vedere l'espressione impietrita della
mia mamma adottiva quando le dissero di
riportarmi a casa».
La sua storia sconfina nella zona grigia in cui
violenza e complicità si confondono.
«Frequentavo la terza elementare», racconta, «e
dopo l'orfanatrofio agli Esposti di Padova, la
mia famiglia adottiva mi mandò in un istituto
religioso, non di Verona, dove divenni oggetto
del piacere pedofilo di un sacerdote. Dico
oggetto», sottolinea, «perché non ero
consapevole del significato di quel piacere, ma
ne fui anche soggetto, perché, sia pure nella
mia coscienza di minore, cercai e condivisi quel
piacere. Noi per quanto ragazzini conoscevamo le
preferenze di quel prete, e fra di noi sapevamo
chi era l'amante in carica e quello che non era
più nella sue grazie». Il passato riaffiora, i
volti, dopo oltre cinquant'anni, sembrano
materializzarsi: «Ricordo un biondino del mio
stesso paese, ricordo un chioggiotto dalla forte
vitalità. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era
anche motivo di vanto, perché, per quella
scelta, ottenevamo regali che altri non avevano
speranza di avere. Le attenzioni particolari di
quel prete, che per quanto mi riguarda aprì
forse una porta non chiusa, erano stemperate dai
privilegi».
L'uomo fa una pausa, come per rimettere ordine
nei pensieri. «Non si deve pensare al
sessantacinquenne di oggi ma all'orfano di
allora, anche di ogni concreto affetto».
Ma è sull'istituzione che l'ex allievo del
collegio religioso veneto intende puntare il
dito. «Anche nel mio caso», esclama, «si preferì
usare la politica del mettiamo tutto a tacere
poiché una volta scoperto il fattaccio, il prete
ricevette una lettera del superiore generale in
cui, notificandogli il trasferimento ad altro
collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi
atti verso i collegiali. Ricordo bene quella
lettera scritta a penna in corsivo con
inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché
quel prete me la fece leggere». I fatti scorrono
nella memoria come fotogrammi di un film. «Il
collegio era immerso in un parco, sembrava un
angolo di paradiso, mi vedo seduto su una
panchina, in lacrime, e di fronte a me il
religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia
di essere la causa dei suoi guai. E dal collegio
io fui cacciato, non trasferito. Tutto
considerato, al corruttore andò meglio che al
corrotto». Al dolore si somma l'amarezza. «Sono
passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido
dei miei pianti, della mia solitudine di bambino
abbandonato, ma non per questo», concude, «è mai
venuta meno la mia stima nella chiesa
dell'amore, nel suo sacro come nel suo profano.
Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa
del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi
quando si serve del profano».
[FIRMA]
Enrico Santi
http://www.larena.it