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Se il clandestino diventa «migrante» (e il sordo
«non udente preverbale»)
Caro direttore, le sarei grato se volesse
consigliare ai suoi giornalisti di evitare come la
peste il termine "migrante", una delle tante
incarnazioni linguistiche della ottusità del
politically correct. Non si dice "migrante", bensì
"immigrato" o, molto meglio, "clandestino".
"Migrante" non significa nulla: è forse un mestiere?
Il participio presente indica azione ripetuta nel
tempo: va bene che questi clandestini, se
rispediti indietro, tornano qui in breve tempo, però
non esageriamo. Pane al pane, vino al vino,
clandestino al clandestino. Lo consigliamo, lo
consigliamo, caro Malafarina. Ma lei comprenderà che
è una lotta impari. Siamo circondati dal
politicamente corretto e il linguaggio ne è
l’esempio più lampante. Tutto cominciò con lo
spazzino. Ricorda? Il caro vecchio spazzino
orgoglioso di spazzare... All’improvviso fu colto da
etimologica vergogna e da quel momento non c’è stato
più niente da fare: i ciechi sono diventati «non
vedenti», i grassi «persone sovrappeso», i bidelli
«cooperatori», i presidi «dirigenti scolastici», gli
handicappati «disabili» prima e «diversamente abili»
poi, le missioni militari «peace keeping», i vecchi
«anziani» e le donne di servizio «colf». Lei pensi
che qualche tempo fa (le dico anche la data: 15
dicembre 2005) la Camera ha approvato una legge per
estirpare da tutti i documenti della Repubblica la
parola «sordi».
E sa con che cosa hanno ordinato di sostituirla? Con
la parola «sordo preverbale». Proprio così. Ma che
vuole dire «preverbale»? Manco esiste in italiano...
E poi lei se lo vede, caro Malafarina, un padre di
famiglia che interroga il figlio al ritorno da
scuola: «Allora? Hai preso un’altra nota? Perché non
rispondi? Sei un sordo preverbale?». Suvvia, siamo
seri. Questa china è pericolosa. Pensateci: se una
persona handicappata è diversamente abile, allora
una persona bassa è «verticalmente svantaggiata»? E
un cretino è uno «cerebralmente svantaggiato»? E un
ignorante è un «ipoacculturato»? Abbiamo riso per
decenni sul fascismo che tentava di trasformare le
parole in senso autarchico, con tramezzino al posto
di sandwich, Santo Vincenzo al posto di Saint
Vincent e pallacorda al posto di tennis, e ora la
dittatura linguistica del politicamente corretto
riesce a fare ben di peggio. Di questo passo,
vedrete, arriveremo al punto in cui non si potrà più
dire «pigro»: al massimo «motivazionalmente
sfavorito». E, siccome anche la parola «morto»
suonerà offensiva assai, qualcuno suggerirà di
sostituirla, magari con «terminalmente
svantaggiato». Del resto, se i grassi sono
«sovrappeso» i magri diventeranno «sottopeso»? E se
per non essere razzisti i negri diventano
«afroamericani», allora i bianchi pretenderanno di
essere chiamati «euroamericani»? E siamo sicuri che
«sordi preverbali» sia abbastanza corretto? Non
sarebbe meglio «non udenti preverbali»? O meglio
ancora «preudenti preverbali»? E, per ritornare
all’origine, siamo sicuri che «operatore ecologico»
vada bene? Non sarebbe meglio «igienista
dell’ambiente»? Qualche tempo fa il Nobel per la
letteratura Wole Soyinka ha detto: «Ci stiamo
avviando ad un millennio fatto di parole
detestualizzate, senza rischi, senza offese, senza
sfumature, senza storia: una comunicazione umana
neutralizzata». Ecco, ce la stiamo facendo. Siamo
noi i veri clandestini, pardon: migranti della
lingua, caro Malafarina. Sempre che Malafarina si
possa ancora dire, naturalmente.
Fronte: ilgiornale.it |